14 marzo, 2017

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Scritto da: Redazione Opyn

Ecco perché se la banca non diventa fintech è destinata a soccombere

L’opinione del professor Marco Giorgino, responsabile scientifico dell’Osservatorio Digital Finance del Polimi: “Le banche più solide anche in Italia stanno iniziando a considerare forme di integrazione con il fintech”

O si cambia, in chiave digitale, o si muore. Anche in Italia per le banche non c’è altra scelta.

“Per la banca del futuro tre parole chiave saranno particolarmente importanti: finanza, rischio, tecnologia. Il governo di queste tre dimensioni e l’equilibrio che potrà essere costruito potranno essere discriminanti per il successo e la sostenibilità nel tempo.” A dirlo è Marco Giorgino, professore di Finanza e Risk Management al Politecnico di Milano e responsabile scientifico dell’Osservatorio Digital Finance, fondato un anno fa. A lui abbiamo chiesto cosa ne pensa delle possibili interazioni tra banca tradizionale e fintech che nel nostro Paese finora sono state pressoché inesistenti.

Professore, secondo lei sono plausibili in Italia forme di collaborazione tra gli operatori Fintech e le banche tradizionali (come quelle in Spagna e Regno Unito tra Funding Circle e Santander e Rbs)? Quanto sono maturi i tempi?

Il sistema bancario italiano è in una fase di evoluzione importante. Per anni si è sostenuto che il sistema fosse solido e si è sottovalutata la necessità importante di innovazione, anche digitale, di cui il mercato aveva un forte bisogno, sia per recuperare efficienza, sia per aumentare qualità e capacità di servire i clienti. Oggi, ci troviamo di fronte a una situazione molto eterogenea, con banche che sono alle prese con la necessità di effettuare ristrutturazioni importanti, anche da un punto di vista patrimoniale, e banche, più solide ed efficienti, che hanno da tempo intrapreso un programma di investimenti in innovazione digitale che sta modificando il proprio assetto e il proprio modello operativo. Io credo che anche in Italia per questa seconda categoria di operatori ci siano spazi interessanti di confronto con il mondo delle fintech start-up. La contrapposizione tra incumbent e nuovi operatori sta lasciando il passo a spazi possibili di integrazione. E da questi le banche italiane più innovative e più solide potranno trarre benefici. Le stesse fintech stanno sviluppando soluzioni che si possono integrare, in maniera trasparente in una logica plug and play, con le banche tradizionali.

Il mondo bancario e finanziario è stato un po’ travolto dalla forza dirompente del digitale. Sono sempre più le start-up che offrono servizi un tempo loro esclusiva: dai prestiti p2p, ai roboadvisor, al crowdfunding. Cosa sta succedendo se allarghiamo lo sguardo dall’Italia al mondo?

C’è sicuramente un grande fermento, alimentato da tre tipi di operatori. C’è il mondo delle start-up fintech che è particolarmente attivo e dinamico, anche se in termini di impatto dimensionale è ancora limitato, ma genera stimoli e spunti significativi per l’innovazione. C’è il mondo dei grandi player globali nel settore internet, motori di ricerca, social ed e-commerce, che ha un potenziale enorme nello sviluppo e nell’offerta di servizi finanziari e che va guardato con molta attenzione. C’è il mondo degli incumbent, degli intermediari tradizionali, che sta evolvendo, a volte faticosamente, nella ricerca di nuove soluzioni che hanno nel digitale non uno strumento a supporto del business ma un elemento centrale del modello di business, ossia un elemento su cui il modello di business stesso è costruito.

Le strutture tradizionali banco-finanziare sono ancora un po’ ai margini di questa rivoluzione: anche secondo il vostro lavoro, la maggioranza delle start-up non offre servizi per le banche ma si pone come concorrenti delle stesse. Cosa comporterà questo per il settore? Chi sopravvivrà e chi invece è destinato a soccombere?

Le start-up fintech – e ne abbiamo censite oltre 730 a livello mondiale – sono per lo più nate per disintermediare il ruolo della banca, ossia per mettere a contatto risparmiatori, investitori e imprese, nelle esigenze di investimento e di funding, senza l’intervento dell’intermediario. Circa il 60% delle risorse raccolte da queste start-up è stato destinato allo sviluppo di servizi bancari di base, come ad esempio il lending. Io, però, credo che la scalabilità di queste realtà non sarà possibile per molti e questo sarà fonte di una selezione molto forte. I grandi player bancari, soprattutto all’estero, ma in modo un po’ più limitato anche in Italia, stanno reagendo e stanno adeguando i propri modelli operativi e distributivi alle nuove esigenze. Il volume di investimenti necessario farà anche in questo caso selezione.

Le startup fintech nel mondo sono per la stragrande maggioranza proprio nel settore del lending & financing: come spiega questa incidenza? Quali sono le opportunità e rischi di queste nuove realtà?

I servizi bancari e, in particolare, quelli di lending e financing sono in effetti tra i più ricorrenti. I nuovi operatori si sono proposti al mercato con soluzioni che sono risultate più facilmente fruibili, con processi di valutazione del merito di credito più rapidi e di conseguenza con un’erogazione del capitale più veloce. Si tratta però, finora, di transazioni con importi limitati e più coerenti con le esigenze del mercato retail, sia di individui che di small business. Questo pone il tema della scalabilità. Le fintech start-up hanno bisogno di avere tassi di crescita coerenti con la necessità di raggiungere masse rilevanti per coprire una base di costi che è destinata ad aumentare.

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