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I rating non sono infallibili, ma la tecnologia ci aiuta | Opyn

Scritto da Redazione Opyn | Oct 18, 2016 2:58:34 PM

Dalle Big Three al marketplace lending, come si giudica il merito di credito di una società

In Italia il caso più eclatante fu quello di Parmalat, un’azienda solida – almeno sulla carta – che il 27 dicembre 2003 dichiarò fallimento, un crack da € 14,3mld, lasciando con il cerino in mano 145mila piccoli risparmiatori italiani a cui le banche avevano venduto le sue obbligazioni societarie considerate sicure. Nell’ottobre 2001, una dinamica simile aveva travolto oltre oceano il colosso dell’energia Enron, fallito lasciandosi dietro un buco da $ 10mld. Fino a quattro giorni prima era considerato un emittente a basso rischio. Nel 2008 succede ancora, stavolta a Lehman Brothers, la banca Usa simbolo della crisi subprime, che fino al giorno della sua bancarotta pareva solidissima.

Ciò che accomuna queste 3 e tante altre storie di fallimenti è una valutazione errata della rischiosità da parte di agenzie specializzate a valutare le prospettive di solidità delle aziende. Spesso tutto si riduce a una singola lettera. Eccolo, il rating: una specie di bussola per orientarsi nel mondo degli investimenti e non solo. Ma non sempre questo tipo di valutazioni si rivelano predittive.

Prendiamo il contesto del credito alle imprese. Tutte le banche o le società finanziarie usano dei rating interni per classificare il merito creditizio dei propri clienti e guidare così le politiche del credito. Un rating è costruito sulla base dell’analisi di tanti parametri, sia quantitativi che qualitativi, che descrivono lo stato di salute di un’azienda. L’affidabilità del sistema di rating è data quindi dal mercato: minori sono i crediti che finiscono in sofferenza (non recuperabili), tanto più predittivi sono i sistemi di analisi del merito creditizio.

Secondo i dati elaborati dall’ABI e relativi a fine 2015, l’incidenza delle sofferenze lorde rispetto al totale dei finanziamenti alle imprese è pari a oltre il 17 per cento in Italia – con circa 200 miliardi di euro di sofferenze nell’intero sistema bancario.

Un sistema simile viene usato per determinare il merito di credito delle aziende anche nel marketplace lending. In questi casi, rispetto alle metodologie degli istituti tradizionali, si tratta di un processo che sembra più semplice perché molto più rapido – uno dei grandi vantaggi per i clienti delle piattaforme di lending è la velocità di risposta: in poche ore si ha una risposta definitiva. In realtà la velocità è data semplicemente dallo sfruttamento intelligente delle tecnologie digitali: grazie ad integrazioni con servizi sul web e algoritmi complessi è possibile interrogare una enorme mole di dati in pochi click, per cui i tempi “morti” delle analisi vengono eliminati.

Solitamente, in questo tipo di piattaforme, il processo è diviso in step, per permettere una estrema facilità di accesso per i clienti e un efficientamento del lavoro. L’analisi inizia a partire dall’inserimento della pratica a sistema con la documentazione completa e procede con un esame quantitativo, che prende in considerazione dapprima le evidenze sui sistemi di informazione creditizia (quelle banche dati che tracciano i nostri comportamenti nel mondo del credito).  Quindi si analizza ogni voce del bilancio, dall’andamento del fatturato, alla capacità di rimborso, all’incidenza degli oneri finanziari sul fatturato, all’indipendenza finanziaria, all’indice di liquidità, alla copertura degli oneri finanziari, al cashflow sul totale dei debiti e sul fatturato, ai mezzi propri sui debiti e sulle immobilizzazioni, all’utile sui mezzi propri.

Se l’azienda supera questo esame si passa all’analisi qualitativa che si svolge in due fasi. Si comincia dalla “web reputation”. Gli analisti valutano quanto l’azienda sia presente sul web, quanto sia performante sui social media, e anche come sia percepita online e sui media in generale: questi sono aspetti troppo spesso trascurati dagli istituti tradizionali, ma che i marketplace lending hanno saputo sfruttare a loro favore per migliorare la predittività delle valutazioni. Una verifica ulteriore viene svolta con un’intervista all’imprenditore, in cui emergono aspetti di profilo dell’imprenditore e di prospettive dell’azienda.

Alla fine a ogni azienda viene assegnato un rating (o scoring) sintetico, identificato da una lettera; mentre qualità dell’azienda emittente e durata del prestito determinano il rendimento. La metodologia – fare un’analisi e trovare un indicatore di rischiosità – in fondo non è troppo dissimile da ciò che si è sempre fatto. Ci sono tuttavia due sostanziali differenze: lo sfruttamento della tecnologia (su cui presto faremo un focus ad hoc) che permette alle aziende di ottenere in poche ore una risposta definitiva; e i risultati in termini di crediti in sofferenza rispetto al totale dei finanziamenti.

Funding Circle, il player principale in Europa attivo dal 2010, stima che circa il 4% del suo portafoglio finirà in sofferenza, ma dal 2012 i dati effettivi ci dicono che ha meno del 3% di sofferenze in portafoglio. BorsadelCredito.it, l’unico marketplace lending attualmente operativo in Italia, pur con un track record di un solo anno finora ha un livello di sofferenze in portafoglio inferiore all’1%.