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title: L’Italia della finanza alternativa | Opyn
description: La fotografia del mercato più dinamico (terzo per numero di operatori e quarto per volume) dell’Europa ex UK secondo l’Università di Cambridge.
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** 22 maggio, 2019

** 6 min di lettura

** Scritto da: [**Redazione Opyn** ](https://www.opyn.eu/news/author/redazione-opyn)

# L’Italia della finanza alternativa: piattaforme locali ma con un tasso di inclusione finanziaria sopra la media

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*La fotografia del mercato più dinamico (terzo per numero di operatori e quarto per volume) dell’Europa ex UK secondo l’Università di Cambridge. I dati sui bilanci, le strategie e i clienti del FinTech*

Sono **45 le piattaforme di finanza alternativa operative in Italia** di cui un quarto internazionali. Siamo al **terzo posto in Europa** per numero di marketplace che si occupano di finanza alternativa, secondo il quarto “**EU Alternative Finance Report**”, elaborato dalle Università di Adger e di Cambridge. Germania e Francia contano ciascuna 46 piattaforme operative, mentre svetta il Regno Unito a quota 77 piattaforme di cui 62 britanniche.

Più che i volumi (lo studio si ferma a quelli del 2017, quando l’Italia era a 240 milioni di euro, rispetto al miliardo e mezzo delle più recenti analisi) si rilevano i **ritmi di crescita**: tutte le regioni europee mostrano tassi esponenziali, soprattutto rispetto alle altre industrie, ma a trainare il trend è l’**Europa del Sud** che ha mostrato un tasso di crescita di **oltre il 357%** a fronte di volumi ormai rilevanti. Quanto ai singoli Paesi l’**Italia** si distingue per la **crescita maggiore**, quasi il **90%** contro l’85,5% della Germania.

 

## **Il mercato più dinamico del Sud**

La **crescita media per il nostro mercato** (nei quattro anni precedenti il 2017) è stata del **306%** e nel 2017, nonostante il ritmo frenato a causa dell’aumento dei volumi, la crescita in valore assoluto è stata tra le maggiori. Se **nel 2017 il nostro Paese era quarto per volume** nell’Europa ex Regno Unito, dopo Francia, Germania e Olanda, con l’ulteriore incremento segnato nel 2018 confidiamo che abbia **scalato ancora qualche posizione**: e già nel 2017 il volume corrispondeva al 7% dell’intera Europa ex Regno Unito ed al 2,3% incluso il Regno Unito.

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Il subsegmento più importante della finanza alternativa in Italia è l’**invoice trading**, che rappresenta il **57% del volume totale** ed è cresciuto del 313% anno su anno: già a fine 2017, con un transato di 140 milioni per le PMI italiane, l’invoice trading era il maggior mercato dell’intera Europa. La carenza di credito per le piccole e micro imprese italiane ha incentivato la crescita anche del **P2P lending** per le imprese, che ha quindi segnato un **incremento del 293% nel 2017** rispetto al 2016.

 

![](https://www.opyn.eu/hubfs/Imported_Blog_Media/2.png)

## **Debt vs equity**

Il report rileva come nelle altre forme di finanza alternativa, segnatamente l’**equity-based crowdfunding** e il **reward-based crowdfunding**, i **volumi **siano **declinati sensibilmente** attestandosi sotto al livello del 2015. Alla base ci sarebbero **problemi regolamentari**: il primo modello non prevedeva, fino al 2017, l’accesso allo strumento alle PMI innovative – mentre prima era limitato alle sole startup, rendendo il bacino di riferimento più limitato. Per il secondo ha pesato il tema dell’incertezza sulla tassazione e, come si legge nel report, “*[…]il regolatore non ha preso una chiara posizione sul tipo di protezione concessa al consumatore in questo contesto*”.

 

## **Regolamentazione: come la percepiscono gli operatori**

Il report affronta anche temi più qualitativi, come quello della regolamentazione, ricordando che l’**Italia è stato il primo Paese in Europa a introdurre nel 2012 una legge sull’equity-based crowdfunding**, mentre Banca d’Italia solo a novembre 2016 ha adottato un provvedimento che riconosceva il P2P lending. Lo stesso documento ricorda le diverse forme giuridiche che una piattaforma può assumere (Istituto di Pagamento, SGR, SIM) e i diversi livelli di controllo (Consob, Banca d’Italia e OAM). La **percezione** che le piattaforme hanno **del quadro regolatorio** è tuttavia **difforme a seconda del modello di business** delle stesse: se il 50% delle piattaforme basate sul debito ritiene il contesto normativo adeguato ed il 25% ritiene che sarebbe invece necessaria una legislazione più specifica, per quanto riguarda le piattaforme di equity, ben il 43% considera la normativa attuale troppo rigida mentre solo il 29% si muove agevolmente nel perimetro attuale.

 

## **Si amplia la gamma di prodotti (non cambia il modello di business)**

Una caratteristica precipua delle piattaforme italiane è che, mentre il mercato matura, più che cambiare il modello di business, il **trend** è quello di **allargare la gamma di offerta introducendo nuovi prodotti**. Solo il 15% delle piattaforme censite ha fatto cambiamenti radicali del modello, e il 63% ha introdotto nuovi prodotti. La metà inoltre ha investito in automazione dei processi e il 27% in AI.

Infine, il report fornisce informazioni anche sulla **sostenibilità del business**, indagando su costi e budget delle società. Ne risulta che il reparto **Sales & Marketing conta per circa la metà dei costi**, mentre in HR e amministrazione si spenda il 13% del totale, in IT il 13% e in R&S il 12%.

 

## **Molto tecnologiche e poco internazionali**

Se sono molto attente all’innovazione, le piattaforme italiane sono **poco vocate all’internazionalizzazione**. Il 53% non lo è affatto; il 26% si è dotata di un brand e di un sito globale, una su cinque serve attivamente un mercato locale con il marchio globale (9%) o localizzando lo stesso marchio (9%). E se il 58% dei modelli di piattaforma basati sull’equity (il 58%) ha intenzione di adottare una strategia di internazionalizzazione, quelle basate sul debito (per il 67%) preferiscono conservare l’assetto locale, più che altro per evitare spese di compliance che sarebbero troppo onerose.

Infine, un ultimo punto a favore delle piattaforme domestiche arriva dall’**analisi dei clienti**. Il 57% delle società richiedenti sono bancarizzate, il 33% sotto-bancarizzate e l’11% non sono bancarizzate. Si tratta di un **tasso di inclusione finanziaria elevata**, rispetto agli altri Paesi del Sud Europa. Ancora sui clienti, **lato investitori**, il 39% ha reddito elevato, il 29% medio, il 24% basso e il 6% molto basso: dati che mostrano una **distribuzione pressoché omogenea**, con l’unica eccezione di una sovrarappresentazione dei redditi elevati a scapito di quelli più poveri (dato non sorprendente, visto l’inferiore potere di accumulare risparmi).

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