30 maggio, 2017

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Scritto da: Redazione Opyn

Il pioniere italiano del FinTech Matteo Rizzi spiega a BorsadelCredito.it cosa manca in Italia per far decollare il settore

Chiacchierata semiseria su come le banche devono cambiare e sui vantaggi che le FinTech possono trarre dalla collaborazione

“La cooperazione tra banche e FinTech è necessaria, è il futuro, e serve a entrambe.” Non usa mezzi termini Matteo Rizzi, un visionario e un pioniere, che è stato nominato da Financial News come uno dei 40 manager più influenti in Europa nel FinTech e dalla rivista Usa Bank Innovation come uno dei “30 innovatori da monitorare nel 2014, tra coloro che stanno trasformando l’industria finanziaria.”

Lo raggiungiamo al telefono mentre guida verso Estoril, dove preferisce vivere, di fronte al mare portoghese, dividendosi tra Sestri Levante e la Francia, dove stanno moglie e figli, e viaggiando forsennatamente per diffondere il verbo del FinTech. Una vita smart come il settore in cui opera.

“Il banking service è già morto – dice Rizzi senza mezzi termini – ora il modello è la piattaforma: nella banca entra la startup in varie forme, e la startup usa la banca per offrire i suoi servizi. Quindi una realtà serve all’altra e non c’è crescita senza cooperazione. Io non credo che le banche spariranno ma che dovranno cambiare e seguire tre parole d’ordine: collaborazione, innovazione, agilità”. Che vuol dire? “Vuol dire stare al passo con i tempi: prenda questa banca dove ho il conto oggi: si chiama n26 ed è spaziale. Non solo per l’esperienza interamente digitale ma perché esce da certe logiche obsolete. Con la banca tradizionale a cui mi rivolgevo prima mi veniva bloccato il conto se vi accedevo il lunedì da Londra e il martedì da Parigi. Eppure ero un cliente da anni, sapevano della mia attitudine a viaggiare. Una banca del futuro questi errori non li fa: è attenta a chi è il suo cliente, anche se l’esperienza è totalmente mediata da uno smartphone e non c’è un operatore umano al front office.” Sembra un paradosso, ma questa sensazione, nel corso della chiacchierata con Rizzi, la sentirete più volte.

Nulla di strano per un visionario, un manager europeo: poliglotta (parla con disinvoltura italiano, inglese, francese e spagnolo), Rizzi ha lavorato per 13 anni in Swift, una società finanziaria internazionale dal cui nome deriva quello del codice usato oggi per identificare la banca estera del beneficiario di bonifici internazionali; nel 2007 ha fondato swiftcommunity.net, la piattaforma di comunicazione 2.0 per spingere il dialogo interattivo nella comunità finanziaria di SWIFT. Nel 2008 è stato tra i patron di Innotribe, il braccio armato della prima società, e subito dopo ha lanciato la Innotribe Startup challenge, la prima gara mondiale per imprenditori fintech, e Enablers, un gruppo inter-industrie che funziona come soggetto di mentoring su strategie e trend finanziari. Infine, è l’organizzatore del FinTechStage, il salone internazionale del FinTech (l’ultima tappa si è svolta a Milano a inizio a maggio, la prossima sarà ad Atlanta il 4 e 5 ottobre).

Nel 2013 è diventato partner di SBT Venture Capital, uno dei primi fondi dedicato esclusivamente a investimenti nel FinTech. “Milano può giocarsi un ruolo nel far avanzare il FinTech e deve porsi l’obiettivo di diventare una delle città più smart d’Europa.”

Perché allora, se esiste anche un polo di eccellenza, come il capoluogo della Lombardia, in Italia il FinTech fa tanta fatica a decollare, cosa manca? “Sicuramente non manca l’iniziativa privata – risponde Rizzi – ci sono iniziative sui pagamenti e ci sono sui prestiti alternativi e anche sui roboadvisor. Non abbiamo nulla da invidiare al resto d’Europa e non siano più indietro di Paesi cugini come la Spagna. Il problema italiano è che fare startup in generale è complicato. Io stesso avrei fondato volentieri le mie società in Italia, ma poi mi sono scontrato con la burocrazia. E ho preferito Londra, dove con due email e un quarto d’ora hai la tua Ltd.” E poi c’è il problema della carenza di venture capital: quando anche si superi la fase di startup, chi finanzia la crescita? “Il capitale è chiave perché attira sia startup straniere ad aprire in Italia come nuovo mercato, sia le startup italiane a trovare fondi locali che capiscono le esigenze del mercato locale.” Le cose stanno cambiando, lentamente ma inesorabilmente.

“La formula magica non esiste – continua Rizzi – deve esserci un cambiamento di cultura. La cultura dell’innovazione è chiave: collaborare con talenti diversi, fuori dagli schemi tradizionali delle banche e incentrati sulla flessibilità, con riflessi più pronti, richiede un tipo di apertura che oggi il mercato non ha. L’Università deve aprire gli occhi, la Consob da grande assente deve capire che la regolamentazione è necessaria. Bisogna costruire delle sandboxes: sai le cassette della sabbia con cui giocano i bambini? Ecco: le banche mettono la sabbia, ovvero i dati, le startup costruiscono i castelli con la sabbia. Poi il castello, se non funziona in quel contesto, si può abbattere o costruire fuori, migliorato, in cemento armato. L’importante è sapere quali sono le regole in cui muoversi.”

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