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title: "Lesson learned: e se si ammala la globalizzazione? | Opyn"
description: "Il virus ha mostrato con chiarezza che le produzioni europee dipendono dalla Cina: un modello che non sarà più sostenibile, scopri di più nell'articolo."
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** 14 aprile, 2020

** 4 min di lettura

** Scritto da: [**Redazione Opyn** ](https://www.opyn.eu/news/author/redazione-opyn)

# Lesson learned: e se si ammala la globalizzazione?

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*Il virus ha mostrato con chiarezza che le produzioni europee dipendono dalla Cina: un modello che forse non sarà più sostenibile e potrebbe trainare il back reshoring e rilanciare i distretti.*

Se c’è una lezione che il virus ci ha insegnato è che il **mondo interconnesso e globalizzato** in cui viviamo **non è perfetto**. Intorno al 20 febbraio, quando la Cina annunciava la ripresa delle attività produttive, in realtà – come avvisava la [Fondazione Italia Cina](https://www.fondazioneitaliacina.it/pdf/Instant%20Analysis_%20Settori%20Nuovo%20Coronavirus.pdf) – si palesava una riapertura molto parziale, con al massimo il 20% della forza lavoro sulle linee dei colossi manifatturieri di Stato e la metà in quelle delle industrie private.

Anche se il lockdown non si fosse esteso all’Occidente come purtroppo è avvenuto dopo, era già evidente che la dipendenza europea e italiana dalla Cina come fornitore avrebbe provocato danni alle imprese. Nel documento della Fondazione leggiamo che “*la decisione del governo cinese di estendere la chiusura delle attività dopo le festività del Capodanno e di cancellare le rotte aeree in entrata e uscita dal Paese ha generato un effetto sulla produzione di beni di consumo, beni high-tech e industria tessile dove la Cina gioca un ruolo centrale nelle catene di approvvigionamento. L’interruzione della produzione in questi settori ha un **effetto avverso** sia sulle commesse per i ritardi e cancellazioni delle consegne sia sulle materie prime, merci e beni intermedi, obbligando le compagnie a trovare **fornitori alternativi***”.

## **Le nostre imprese dipendono dalla Cina**

La regione dello **Hubei**, tanto per fare l’esempio più eclatante – tutto il mondo lo ha scoperto grazie al Covid-19 ­­– è uno dei **maggiori centri di produzione di componentistica auto** e a Wuhan ci sono sedi di case auto di tutto il mondo: il gruppo cinese Dongfeng, la giapponese Honda Motor, la francese PSA Group, l’americana General Motors, la tedesca Bosch e l’italiana Magneti Marelli.

La Cina da almeno due decenni investe per diventare la fabbrica del mondo e ci è riuscita: per un **costo del lavoro decisamente inferiore** sono riusciti a rappresentare fornitori più convenienti o hanno attratto imprese da tutto il mondo che hanno delocalizzato nel Paese. Che poi, negli anni, ha sviluppato altri **vantaggi competitivi**, come **tecnologie avanzate** e una **infrastruttura logistica** senza uguali. Inevitabile che tutto il mondo produttivo si rifornisse o guardasse in qualche altra misura al Celeste Impero. Poi lo **choc del Coronavirus** ha messo in luce quanto questo ecosistema possa essere insostenibile. E le **aziende italiane** che dalla Cina dipendono hanno dovuto in molti casi **interrompere la produzione** perché erano a corto di componenti e materie prime, prima della chiusura forzata stabilita dal governo italiano delle fabbriche locali. Allo stesso modo i magazzini, perché la logica del just in time lo impone, sono spesso al limite e non consentono di lavorare molto a lungo se non arrivano continuamente gli stock dall’Oriente.

## **Se accelera il back reshoring**

Ci auguriamo che il mondo torni a crescere e a prosperare come era prima della pandemia, intanto però proviamo a trarre qualche insegnamento che possa essere utile anche a chi fa impresa indicando una **strategia per il futuro**. Il fenomeno del **back reshoring**, ovvero della rilocalizzazione delle imprese, non è nuovo: secondo il rapporto di Eurofound “[Reshoring in Europe 2015-2018](https://www.eurofound.europa.eu/publications/report/2019/reshoring-in-europe-overview-2015-2018)” l’Italia, con 39 casi nel periodo di analisi, segue la Gran Bretagna (44 casi) in testa alla classifica del contro-esodo. Si trattava, fino all’ultima rilevazione, di un fenomeno di nicchia con motivazioni dettate da un’esigenza di ritorno alla qualità rappresentata dal made in o dalla necessità di riportare occupazione in patria. Ma le crisi accelerano i processi e non è escluso che la **rilocalizzazione**, spinta dalla necessità di esercitare un maggior controllo sulle supply chain, potrebbe assumere dimensioni diverse nei prossimi anni. Restituendo forza al **modello di distretto**, tipico italiano, che è ciò che differenzia positivamente la nostra industria da tutte le altre. 

I cambiamenti che abbiamo vissuto in queste ultime settimane avrebbero richiesto forse dieci anni per concretizzarsi e diventare stabili. Probabilmente la rilocalizzazione di alcune produzioni chiave per l’Italia – nel lusso, nella meccanica, nell’hi-tech – sarà un bene e aiuterà a uscire prima e con più forza dal tunnel della recessione.

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