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title: "Spread, referendum, banche: un’occasione per il social lending | Opyn"
description: Ecco perché se le banche soffrono non finanziano le pmi, che possono rivolgersi a canali alternativi Spread, guarda un po’ chi si rivede!
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** 22 novembre, 2016

** 4 min di lettura

** Scritto da: [**Redazione Opyn** ](https://www.opyn.eu/news/author/redazione-opyn)

# Spread, referendum, banche: un’occasione per il social lending

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*Ecco perché se le banche soffrono non finanziano le pmi, che possono rivolgersi a canali alternativi*

Spread, guarda un po’ chi si rivede! Negli ultimi giorni **il differenziale dei rendimenti tra titoli di Stato italiani e Bund tedeschi ha toccato quota 185 punti** e non è remota l’ipotesi che si arrivi, velocemente, a 200. [Lo hanno detto analisti ed esperti di economia](https://www.forexinfo.it/Referendum-e-spread-vittoria-del-No-cosa-accadrebbe), preconizzando conseguenze nefaste per il nostro Paese, al partire dal sistema bancario, il più fragile d’Europa e probabilmente del mondo.

Proviamo a capire qualcosa di più del legame tra referendum e spread e banche e mercati.

Lo **spread è una misura di quanto il mercato percepisca rischioso un evento**, in questo caso un Paese confrontato con un riferimento, che nel caso dell’Europa è costituito dalla Germania. E, inevitabilmente, **l’incertezza sull’esito del referendum costituzionale** del 4 dicembre viene additata come la principale responsabile di questo movimento. In realtà a ben guardare, il movimento al rialzo delle obbligazioni non si è limitato al nostro Paese ma ha coinvolto tutto il mondo, in particolare subito dopo l’elezione di Donald Trump. Sarebbe stata proprio l’elezione a sorpresa del tycoon alle presidenziali Usa a esacerbare un rialzo già iniziato a causa delle aspettative di ritorno dell’inflazione e di un’inversione di marcia da parte della Bce sulla politica monetaria.

Elementi, quelli relativi ad aspettative su inflazione e fine del quantitative easing, che sono certamente presenti anche in Italia, in cui **i Btp, a partire da settembre, sono aumentati di 93 punti base**, secondo i calcoli contenuti in un report di Marzotto Sim. Che attribuisce l’ultimo balzo per intero all’avvicinarsi del referendum e al timore che possa accadere, dopo la Brexit e dopo l’elezione di Trump, un terzo evento di rottura dello status quo. Ovvero la vittoria del no, con conseguente indebolimento del governo e ulteriori elementi di turbolenza sui mercati.

Di certo al momento c’è solo l’incertezza e a farne le spese sono gli anelli deboli, le banche in Italia. Per tornare al referendum, c’è un’ampia fascia di popolazione – circa il 35% – che si dice ancora indecisa e che potrà far virare l’esito da una parte o dall’altra. I riflettori in ogni caso sono puntati sul 4 dicembre. E anche se probabilmente il governo non cadrà in nessun caso né si andrà a elezioni anticipate, **le banche tremano**: analisti e money manager lo dicono da mesi, nuove instabilità farebbero nelle banche la loro prima vittima eccellente. Proprio la vittoria di Trump alle presidenziali Usa può fare da test: tutti i bancari europei sono balzati in avanti, gli italiani hanno perso quota. E non ci riferiamo certo a banche piccole come le quattro del centro Italia risolte un anno fa o a un caso incancrenito come quello di Mps. Basta guardare un dato, ben riassunto da questo istogramma: il Texas ratio, il rapporto tra le sofferenze lorde e il patrimonio netto tangibile delle principali banche europee.

![](https://www.opyn.eu/hubfs/Imported_Blog_Media/22_11_tabella_referendum.jpg)

Come si vede, **due banche sistemiche come Unicredit e Intesa Sanpaolo hanno un livello altissimo di sofferenze in rapporto al patrimonio netto, Unicredit al limite del livello di guardia che è a 100**.

Non solo: pur avendo superato gli ultimi stress test, il Cet1, il principale indicatore patrimoniale, di una banca come Unicredit, è ben al di sotto della media europea: secondo l’analisi di Jci Capital al 10,4% contro il 12%. Tanto che proprio Unicredit è in questi giorni sotto i riflettori perché si avvicina la data in cui l’assemblea potrebbe deliberare un aumento di capitale monstre, si vocifera tra i 10 e i 16 miliardi, mentre il titolo ne capitalizza 12,5 e dal 2009 la banca è ricorsa al mercato per raccogliere altri 14,4 miliardi.

Ovviamente, un effetto collaterale di tutto questo, qualcosa che ci riguarda da vicino è **la chiusura delle maglie del credito**. E a esserne penalizzate sarebbero le imprese, soprattutto le più piccole e meno strutturate: prestare denaro a questo genere di imprese significa per le banche dotarsi di impieghi che assorbono molto capitale, un’azione che non sarebbe possibile in chiave Basilea 3.

**Il social lending invece, resta in campo e potrebbe far fronte alla mancanza di funding che si teme**. Il social lending è pressoché indifferente ai movimenti del mercato: il credito viene prestato sulla base di una trattativa personalizzata tra prenditore e prestatore e non c’è fluttuazione dei tassi di interessi rispetto a quanto avvenga fuori da quella che è la vera economia reale.

Insomma, è presumibile pensare che nel prossimo futuro, potremo sopperire con i nostri servizi a quello che le banche tradizionali non riescono più a fare e che potranno fare sempre meno.

 

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